Diritto

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Velletri, 24.2.2015.  Il Decreto Giustizia Civile, a dichiarati fini deflattivi, ha introdotto diverse novità processuali potenzialmente capaci di concentrare i tempi del processo civile.  Dopo aver previsto la possibilità di un passaggio del processo dalla giurisdizione ordinaria a quella arbitrale, su richiesta delle parti, si è pensata la possibilità di un passaggio interno alla giurisdizione ordinaria disciplinando la trasformazione del rito di cognizione piena, in quello di cognizione sommaria disciplinato dagli articoli 702 bis e seguenti del codice di procedura civile.

Questo passaggio tra le forme del processo è previsto solo per le controversie proposte innanzi il tribunale monocratico, regolate dagli articoli 281 bis e seguenti del codice di procedura civile.

Il potere di disporre il passaggio del rito da cognizione piena a sommaria è previsto unicamente in capo al giudice, chiamato a valutare l’utilità del passaggio a questo tipo di rito, in considerazione della possibilità di giungere, tramite questo strumento, ad una soluzione rapida della controversia.

La norma pone in capo al giudice la cura di questo interesse pubblico chiamandolo espressamente ad una valutazione di efficienza circa il rito migliore per tutelare l’interesse costituzionalmente protetto del “giusto processo” e dell’ “efficienza della pubblica amministrazione”.

La ratio dell’istituto presuppone un principio processuale importante: il giudice è chiamato ad applicare la legge e a farlo nelle forme che garantiscono tempi certi e compatibili con la situazione processuale concreta. Un giudice chiamato a verificare l’efficienza delle scelte processuali operate dalle parti e se del caso ad intervenire per recuperare tempo.

La scelta del D.L. Giustizia civile prevende un intervento diverso rispetto l’impianto originario del rito sommario di cognizione.  Una vera e propria inversione di marcia rispetto a quanto previsto dall’art. 702 ter, 3° co., c.p.c. in cui il giudice, quando le difese svolte dalle parti richiedono un'istruzione non sommaria, dispone il passaggio al rito ordinario. Con  la nuova norma dal rito ordinario si passa a quello sommario senza alcun vincolo alle richieste di parte.

L’attribuzione al giudice di questo tipo di scelta è compatibile con i principi generali del processo civile ordinario di fronte al Giudice monocratico.

Il Giudice unico è dotato di maggiori poteri rispetto il Tribunale Collegiale nella fase istruttoria: può disporre d’ufficio la prova testimoniale sui soggetti di riferimento emersi in una prova testimoniale o a cui le parti hanno fatto riferimento; così come può disporre l’accelera­zione della fase decisoria mediante la discussione orale della causa.

In sostanza la norma prevede la possibilità per il giudice di accelerare anche la fase introduttiva e quella istruttoria mediante il passaggio ad un rito che prevede tempi ravvicinati e forme semplificate per gli adempimenti delle parti.  

Brevemente si sintetizzano i presupposti per questa scelta da parte del Giudice :

  1. Il procedimento deve essere di competenza del tribunale in composizione monocratica, cioè esulante dai casi riservati a decisione collegiale di cui all’art. 50 bis c.p.c. o in altre leggi speciali;
  2. Il passaggio è previsto solo per il rito ordinario con espressa esclusione del rito lavoro e dei  processi locatizi; non è prevista questa forma processuale per il Giudice di pace, che segue già un rito semplificato;
  3. la conversione, compiuti gli adempimenti di cui ai primi cinque commi dell’art. 183 c.p.c., andrà disposta nella stessa prima udienza di trattazione e non oltre questa, osservando il contraddittorio tra le parti, alle quali la questione inerente alla semplicità della trattazione e dell’istruzione va doverosamente sottoposta prima di provvedere (anche a norma dell’art. 101, 2° co., c.p.c.),
  4. La conversione è una valutazione giudiziale di ridotta complessità della lite e dell’istruzione probatoria, secondo un metro inevitabilmente discrezionale e soggettivo del giudicante

In base a questi presupposti è agevole formulare la previsione di alcuni casi concreti capaci di legittimare questa scelta processuale.

Si può pensare ai giudizi interamente documentali in cui il materiale probatorio non sia eccessivo, né vi siano disconoscimenti che esigano apposita istruzione probatoria .

E’ prevedibile che il processo di opposizione al decreto ingiuntivo, spesso vincolato a prove documentali, sia suscettibile di questo passaggio, così da consentire e favorire una celere definizione della controversia e garantire stabilità al provvedimento monitorio in tempi brevi.

Il passaggio a questo rito può ritenersi efficace anche quando sia chiaro che il processo necessiti di precise prove costituende ovvero una CTU.

Il momento processuale in cui il passaggio al rito sommario è previsto, è indicato dalla norma al primo comma del nuovo articolo 183 bis del codice di procedura civile: l’udienza di trattazione. In questa sede il giudice deve valutare la complessità della lite, le domande svolte e loro chiara enucleazione così da escludere possibili precisazioni o integrazioni e ritenere con sufficiente precisazione quella che deve essere l’istruzione probatoria necessaria.

In questa sede il Giudice che ritiene possibile il passaggio al rito sommario di cognizione DEVE sentire le parti.

I protagonisti del processo possono subire questa scelta circa il mutamento del rito ma devono interloquire al riguardo. Evidente è la ragione di questo loro intervento: il rito sommario può determinare pregiudizi nella strategia difensiva nel processo. La scelta del Giudice può comportare una sottovalutazione di aspetti economici fondamentali attinenti la domanda prospettata così come pure la necessità di contro dedurre alle difese avversarie.

La norma prevede un contraddittorio sulla scelta nel passaggio del rito ed è previsto pure che tale scelta può essere oggetto di memorie scritte.

In questo passaggio la materiale controversia può essere valutata in maniera definitiva e solo dopo che le parti abbiano definito i temi processuali alla luce della prospettata scelta di rito da parte del Giudice l’ordinanza di mutamento del rito potrà essere adottata.

Le esigenze delle parti circa la difesa dei loro diritti nel processo trovano questo momento per la loro espressione. E’ in questa sede che le valutazioni sottese all’articolo 183 VI° comma primo termine possono essere espresse e formulate per impedire l’adozione di un rito che potrebbe limitare le scelte difensive ed in particolare l’impossibilità di introdurre allegazioni di completamento o capaci di estinguere le eccezioni avversarie.

Una volta valutato, discusso ed disposto il passaggio dal rito a cognizione piena a quella sommaria, determinata definitivamente la materia controversa, le parti sono invitate ad indicare – a pena di decadenza – nella stessa udienza i mezzi di prova.

Per la  deduzione dei mezzi di prova riservati alle parti, se richiesto, convertito il rito, il Giudice può fissare una nuova udienza e termine perentorio non superiore a quindici giorni per l’indicazione dei mezzi di prova e la produzione dei documenti, nonché successivo termine perentorio di ulteriori dieci giorni per le sole indicazioni di prova contraria. In questa forma si replica, con dimezzamento dei tempi, lo schema previsto  dall’art. 183, 6° comma con le memorie di cui ai nn. 2 (ultima parte) e 3, del Codice di Procedura Civile. .

Nell’udienza di trattazione, che può essere anche quella di ammissione delle prove, il processo prende corpo e si sostanzia.

L’udienza di trattazione nel processo a cognizione ordinaria è un mero passaggio formale destinato  unicamente alla richiesta dei termini ai sensi dell’articolo 183 6° comma; un’udienza in cui il giudice è chiamato unicamente a determinare la scelta circa l’udienza di rinvio per gli adempimenti di cui all’articolo 184 del codice di procedura.

La stessa udienza, con l’introduzione del nuovo articolo 183 bis del Codice di rito, diventa invece un nodo nevralgico del procedimento: le parti sono chiamate a prepararsi per interloquire su aspetti fondamentali delle loro domande ed eccezioni e soprattutto devono essere pronte ad articolare tutte le loro richieste istruttorie come pure a depositare tutti i documenti di supporto alle posizioni assunte.

Questa udienza comporta una “nuova” preparazione, molto vicina all’udienza prevista nel rito lavoro nell’articolo 420 del codice di rito anche se solo a livello potenziale.

Gli effetti sulle scelte strategiche sono evidenti quanto importanti.

Le parti non sono nella piena disponibilità delle scelte strategiche processuali; potenzialmente il Giudice  nell’udienza di trattazione potrebbe imporre decadenze non previste al momento dell’instaurazione del rito nelle forme ordinarie.

L’avvocato preparato non può non essere condizionato da questa possibilità e valutare una strategia difensiva capace di fare fronte ad alternative processuali cogenti.

L’ordinanza che dispone il passaggio dal rito ordinario a quello sommario è dichiarata non impugnabile; si risolve in un provvedimento unico , interno al processo, di natura ordinatoria ed organizzativa.

Pare prevedibile e necessario che l’ordinanza che dispone il passaggio al rito sommario debba essere motivata. La scelta del Giudice riferita al rito è capace di incidere notevolmente sugli interessi processuali e sostanziali della parte ed in particolare su quelli della parte che si è opposta alla trasformazione del rito e che abbia ritenuto tale scelta come negativa per la migliore difesa come pure negativa per la piena esposizione dei fatti e per la completa valutazione delle prove necessarie a sostenere le proprie allegazioni.

La motivazione dell’ordinanza deve essere adeguata a rispondere alla parte che si ritiene impossibilitata a completare le proprie difese.

La scelta del Giudice circa il passaggio al rito sommario può essere impugnata unitamente all’ordinanza che definisce il processo, anche deducendo come motivo di gravame la pronuncia lesiva su un rito non adatto allo svolgimento delle difese necessarie nell’interesse della parte.

La pronuncia di questo provvedimento legittima il corso successivo del processo secondo le forme del rito sommario di cognizione già vigenti. 

Terminata l’istruzione “sommaria”, verrà decisa nella forma semplificata dell’ordinanza, appellabile entro trenta giorni dalla comunicazione integrale, in applicazione dell’art. 702 quater Codice di Procedura Civile, con possibilità di dedurre nuove prove e produrre nuovi documenti se il collegio d’appello li ritenga “indispensabili” o la parte dimostri d’esserne decaduta per causa non imputabile, nonché esenzione dal “filtro” in appello, ex art. 348 bis, u.c., lett. b, Codice di Procedura Civile. (non però dal vincolo della “doppia conforme”, ai sensi dell’art. 348 ter, u.c., Codice di Procedura Civile).

La norma non prevede un passaggio a ritroso, ovvero la possibilità che dal processo a cognizione sommaria si ritorni alla cognizione piena.

Sull’accordo delle parti non sono prevedibili ostacoli a questa scelta del Giudice.

In assenza di esplicita previsione normativa tuttavia deve ritenersi possibile che il Giudice quando verifichi la sopravvenuta inopportunità della scelta effettuata, revochi l’ordinanza per il mutamento del rito e disponga procedersi con le forme del rito ordinario. Può ritenersi possibile e doveroso questo passaggio ad esempio per il caso di eventi nuovi quali l’intervento di terzi in causa, la decisione di altri  Giudici su questioni pregiudiziali o connesse con le domande svolte o l’insorgere di questioni incidentali che per spessore o importanza richiedano specifica istruzione.

Il punto nevralgico della futura prassi processuale riguarda l’applicazione di questa norma è il potere discrezionale del Giudice di convertire il rito in quello sommario. La facoltà incondizionata da parte del giudicante di invitare le parti in udienza ad indicare mezzi di prova e a produrre i documenti “a pena di decadenza” ovvero assegnando due successivi termini per la deduzione della prova diretta e di quella contraria, ove richiesto .

Non pochi problemi di legittimità costituzionale, per disparità di trattamento (art. 3 Cost.) e lesione del diritto di difesa e del giusto processo “regolato dalla legge” (artt. 24, 2° co., e 111, 1° e 2° co., Cost.), pone il descritto potere del giudice.[1]

L’art. 183 bis nel prevedere il passaggio al rito sommario ex art. 702 ter c.p.c. non pare adeguatamente considerare gli effetti dell’improvvisa barriera preclusiva istruttoria: le decadenze hanno natura eccezionale rispetto a un garantistico principium libertatis che nel rito di cognizione sommaria fino ad ora previsto non pare così limitante le difese della parte.

Lasciare il giudice arbitro di decidere se assegnare o meno i termini ad ambedue le parti per deduzioni istruttorie e produzioni documentali, nonostante la richiesta formulata in tal senso da almeno una parte, facendo scattare la ghigliottina istruttoria all’udienza, non pare un costo sostenibile per diminuire i tempi del processo.

In conclusione, solo la prassi quotidiana del processo sarà capace di spiegare l’efficacia della nuova norma; per ora proprio il potenziale effetto delle preclusioni istruttorie pare indurre chi difende l’attore ad soppesare bene la scelta di intraprendere ogni causa riservata a decisione monocratica del tribunale con il rito sommario e ciò non solo per dare forza alla propria difesa ma anche per non correre il rischio d’incappare nella possibile “sorpresa” prevista dal nuovo art. 183 bis del Codice di Procedura Civile.

La nuova previsione rappresenta il sopravvento di forme processuali sempre più scarnificate e ridotte ai minimi termini, con aumento della discrezionalità del giudice sulle forme del procedimento. Tutto questo nella speranza di poter finalmente raggiungere nuovi livelli di efficienza processuale senza perdere il concetto di processo come luogo dove si ricostruiscono e valutano i fatti con la dovuta attenzione e si decide dopo aver meditato su questi e sulle norme applicabili.

Avv. Alessandro Valerio

 



[1] L’aver ora previsto che, convertendo il rito da ordinario a sommario, il giudice faccia scattare una tagliola non è conforme a quel che normalmente avviene nel rito sommario, che nasce ab initio improntato alla massima semplificazione secondo i canoni dell’istruttoria cautelare (ché l’art. 702 ter, 5° co., altro non è che la reiterazione di dello schema processuale dell’art. 669 sexies, 1° co., c.p.c. sul procedimento cautelare uniforme) ed anche secondo i criteri della delega sulla semplificazione dei riti e del decreto attuativo di questa (art. 54 l. 69/2009 e d.lgs. 150/2011.

 


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